Se davvero a qualcuno interessa sapere quale sorte mi sia toccata, sarò ben felice di raccontare sin dall'inizio gli eventi che ultimamente hanno coinvolto un adolescente sfrontato e intraprendente, senza però, sia ben chiaro, sconvolgerlo in maniera rilevante. Tanto per cominciare desidero ricondurre chi mi sta leggendo ad un piccolo esperimento che nel mio caso ha prodotto conseguenze bizzarre ed inattese. Immagina di trovarti (mi perdonerai il tono confidenziale, caro lettore?) in una camera dalle dimensioni piuttosto limitate, seduto sulla morbida superficie di un letto e intento a giochicchiare con una comunissima pallina da tennis, che sbatte contro il muro ritmicamente per tua esclusiva volontà. Così facendo hai riprodotto il migliore dei passatempi che io potessi trovare in un pomeriggio di cinque giorni or sono. Poiché l'effetto e il suono che ricevevo da questa ripetitiva azione erano sempre identici, decisi di creare attorno ad essa un'atmosfera differente, impedendo ad ogni fonte di luce di penetrare nella mia stanza. Serrai le ante del balcone e calai le tapparelle di legno. In questo modo, nella quasi completa oscurità, ritrovai senza problemi il mio giaciglio, e una volta su di esso lanciai la pallina -che col suo giallo fluorescente risaltava nel buio- contro la parete dinanzi a me. Mi accorsi già di un certo cambiamento quando la sfera mi ritornò con qualche secondo di ritardo rispetto ai soliti lanci, e produsse un rumore stranamente felpato nell'istante dell'impatto. Piacevolmente incuriosito effettuai un nuovo lancio, stavolta più energico... e per tutta risposta la pallina non ritornò. Esattamente: scomparve in quella zona buia dove c'era sempre stata la parete, e senza che io potessi percepire alcun suono.
Sorpreso, mi alzai con l'intenzione di avvicinarmi al muro con le braccia protese in avanti. Dopo poco, realizzai che le mie dita non trovavano ostacoli, e l'impressione era proprio quella di aver oltrepassato la camera, e di stare avventurandomi in una sorta di corridoio!. Ammetto di non essere in grado di descrivere lo stupore che mi attanagliò di colpo nella sua morsa, ma proseguii con passo risoluto e insolitamente regolare, probabilmente perchè la curiosità aveva sopraffatto i miei ovvi timori di fondo. I miei occhi, da sempre abituati a cogliere ed apprezzare anche i dettagli più insignificanti, erano desiderosi di particolari impossibili da rinvenire in un ambiente del genere: a circa venti passi dall' "entrata" ero già avvolto da una cappa uniforme di oscurità. Come già ho avuto modo di accennarti, la mia prima sensazione era stata quella di aver imboccato un corridoio. Eppure, quando le mie braccia e mani si agitarono convulsamente in cerca delle pareti laterali, non toccarono nulla di più consistente della semplice aria. In tutto questo, quindi, non avevo neanche una minima idea di quale estensione potesse raggiungere il luogo dove ora mi trovavo. Fu lì che la sorpresa e lo stupore si trasformarono in paura, quella, ovviamente, di essermi smarrito. Una felice peculiarità del mio carattere però, bisogna ammetterlo, è quella di esser capace di cercare sempre una soluzione che oserei definire riflessiva anche nei frangenti in cui la mente di una creatura qualsiasi è offuscata dalla spessa coltre del terrore. Già; mi ricordai di aver eseguito un percorso che nella sua totalità poteva tranquillamente essere definito "in linea retta". Ricalcando all'indietro le mie impronte sarei dovuto tornare al punto di partenza, secondo la logica più adamantina, se poi di logica si poteva parlare in una situazione così bizzarra. Sicuro del mio modo d'agire, feci un passo indietro, poi un altro, ed un altro ancora finché...Thud!. Un acuto dolore alla nuca mi avvertì che l'avevo battuta contro qualcosa di solido: un'altra "parete del buio", come ebbi modo di capire. La paura andava avviandosi verso il baratro della disperazione, quando, piegatomi sulle ginocchia, la mia rotula sinistra premette contro un oggetto relativamente morbido: la pallina!.
La reazione che ebbi allora fu dettata dall'istinto, perchè non presi in esame l'ipotesi di aver sbagliato il percorso proseguendo a ritroso. Credetti che quel segno volesse convincermi a ripetere il precedente giochetto. Stavolta non era necessario oscurare l'ambiente. Sedendomi cercai una posizione comoda e scagliai la pallina contro l'ostacolo. Un primo suono felpato mi diede fiducia; il secondo tiro mi diede la certezza di aver visto giusto, dal momento che la pallina scomparve senza apparentemente produrre alcun rumore. I miei passi irregolari mi condussero in una zona buia che terminava con un' apertura avvolta dalla penombra. Dentro di essa riconobbi i familiari caratteri della mia stanza, del mio mondo, avrei potuto dire in quel preciso attimo.Ma lo era davvero? Voglio dire, amico mio, dopo un'esperienza simile avevo l'impressione, neanche tanto banale, che tutto ciò che mi aveva circondato sin dai miei primi giorni di vita fosse una mera alternativa a verità più grandi, più profonde. Verità immense e inesplicabili, schermate da ogni sorta di calcolo matematico o sezionamento geometrico.
Una volta una persona di eccezionale perspicacia mi ha detto che per mettere alla prova la forza di un uomo bisogna vedere quanto barcolla nel momento in cui crolla il palazzo delle sue illusioni. Non sarò poi così forte, ma penso di aver superato abbastanza agevolmemente il primo impatto con questa nuova parte di realtà. Chissà se nel passato qualcuno era già a conoscenza della sua esistenza.Sono fermamente convinto che essa esista da ancor prima della nascita del nostro beneamato e fin troppo sopravvalutato pianeta. Alcuni giorni di riflessione separarono quell'evento dalla mia seconda visita alla zona buia oltre la parete della stanza. Il desiderio di trovarmi sempre di più a mio agio in essa mi consumava. Avevo bisogno di raggiungere uno stato di solitudine in grado di soddisfarmi, specialmente in un periodo costellato di giornate gettate al vento e serate trascorse in feste traboccanti d'imbecilli e pessima musica. In esse l'agorafobia metteva il mio cuore in subbuglio, e la sensazione ultima era quella di aver fatto la fine di un animale in gabbia. Le facce che mi erano passate davanti agli occhi nell'arco di poche ore non riuscivo neanche più a inquadrarle, tanto grande era la mia alienazione da quel che non gradivo. Quella scoperta era sicuramente giunta nel momento più adatto; e perchè non avrei dovuto usufruirne in prima persona?
Queste ultime righe sono state stese il giorno prima di recarmi definitivamente lì. Senza dubbio lo farò, quindi è giusto che mi sia espresso in maniera tale.
L' aspetto che più mi ha colpito di quell'immenso spazio senza luce sono gli effetti che produce sul mio organismo. Ho passato settantadue ore di seguito oltre la parete e non ho avvertito nessun bisogno di bere, mangiare o dormire. Una volta uscito, però, ho provato una stanchezza impressionante, accompagnata da un tremenda necessità di dissetarmi e di respirare a bocca spalancata. In questo senso, mio ignoto interlocutore, la decisone che ho adottato sa di irrevocabile. Ma se ho lasciato una traccia scritta delle mie ultime esperienze dalla "vostra parte" è perchè non ho intenzione di restare così solo come credi...tutto sommato, il conforto istintivo che porta la vicinanza con chi condivide i nostri stessi interessi potrebbe offrirmi nuove soddisfazioni. E poi, è cosa certa che se tentassi di uscire dopo moltissimo tempo, il mio corpo non reggerebbe. Il senso del mio resoconto non è però oscuro come il luogo in cui mi trovo adesso.
Ho lasciato un'altra pallina da tennis sulla mia scrivania......
Ra