I miei occhi affamati cercano sempre dettagli. Da ciò nasceva la mia repulsione per quella coltre lattiginosa, essudato sporco della città, e decisamente poco sano. Mi ricordava l’estate, o per essere precisi, la parte peggiore della stessa. Quella parte in cui ascolti le voci delle persone dirti che se ne andranno, che spariranno, che non vorranno più saperne di nulla e di nessuno, almeno per qualche tempo.
O magari sistemarsi lontano, fuggire per sempre dal loro ambiente, e affermarlo con tono forte, quasi a dirti fra le righe che è necessario allontanarsi anche da te, perché sei parte del loro “adesso”.
Da bambino pensavo a una specie di sindrome di compensazione. Calorosi col clima gelido, freddi quando finalmente la terra si scaldava. Nella mia ingenuità non avevo mancato di toccare il fulcro del fenomeno. I bambini troppo sensibili, prima che per gli altri, finiscono per essere un problema per se stessi, per il proprio sviluppo e salute mentale. Detestavo mortalmente quell’egoismo diffuso, l'improvvisa pulsione ad abbandonare nel giro di istanti coloro con cui avevano passato l’inverno fra sorrisi e rincuoramenti in attesa di tempi migliori, come se un demone senza volto né odore si impossessasse di loro.
Poi però ti soffermavi ad immaginarli con i loro visi deprimenti in quel meraviglioso periodo pre-autunnale, quando ti confessavano di sentirsi morti. Quando solo tu gioivi per le foglie che arrossivano e l’aria che senza fermarsi mai ti ficcava nelle narici un soave odore di legno bruciato. Era lì che ti raccontavano dei loro rimpianti. Di desiderare ancora il mare. Per carità, l’acqua era e rimane uno dei miei amori d’infanzia. Ma l’acqua è per me personale e sacra, e quando troppi condividono un sacro segreto, questo smette di essere entrambi.
E quel limpido specchio si mutava in una pozzanghera sporca delle tossine di tutti.
Ebbene ora quel sudario torbido che aleggiava fuori dalla finestra, altro non era che acqua, seppure in una forma differente. L’osservavo divorare i tetti delle case e privarmi della visione d’insieme. Soffocava, affamava i miei occhi e stava causando anche un principio di mal di testa. Una cappa senza interruzione fatta di umida sporcizia. La traccia del nostro giacere ovunque. Ogni tanto se ne dipanava una piccola parte, permettendo all’intonaco opaco di qualche edificio di passare. Davvero troppo poco.
Seppure molte delle mie attività migliori trovassero realizzazione nel periodo del caldo, non riuscivo ad essere amante del calore perché mi ricordava quell’abbandono.
Quante parole d’ispirazione durante il gelo, indicato da tutti come il nemico di ogni progetto. Ci voleva il bel tempo per farli riuscire. Certo, ma poi?
Nell’ora in cui tutte quei semi concepiti nel rigore invernale potessero germinare, ecco che ti mancavano gli appigli e quella splendida sensazione di feedback esterno.
Dovevano andarsene, svanire.

“Scuse.”

Ah, ma ero andato via tante volte anche io. E lontano, molto lontano. L’indole del viaggiatore non mi mancava, semmai gli esili forzati mi stavano veramente stretti. Mi soffocavano, proprio come quell’afa maledetta. A che cosa sarebbe servito allontanarmi senza un perché, senza la voglia frenetica di farlo? Chi doveva trarre vantaggio da un luogo diverso se poi a mancare era la compagnia? Evidentemente chi mi circondava si accontentava di avere intorno perfetti ignoti a cui non interessasse per nulla fare la loro conoscenza. Bastava vedere volti nuovi per illudersi di aver piegato le sbarre della gabbia d’oro. Ecco perché l’autunno rimetteva le cose a posto, con i suoi colpi di freddo che risvegliavano quelle teste traballanti. Erano ingenui a credere che un ciclo nuovo potesse cominciare in un periodo così, che ti allarga i vasi del cervello fino a fermare la capacità cognitiva.

“Tutti tornano all’ovile, prima o poi”

Me lo raccontavo ogni volta, ma questo non alleviava un senso di solitudine che scalava la gola.
La coltre sporca questa volta arrivava troppo in fretta, probabilmente una benedizione. Mi serviva a capire con mesi di anticipo cosa mi aspettava con l’insorgere delle prime calure.

“Tienti pronto.”

Eppure non ne avevo la minima idea. Di come fare, ecco. Sapevo che prima o poi quell’ansia mi avrebbe tratto in catene e tutti accanto a me, specialmente coloro di cui mi importava, sarebbero svaniti dentro quel vapore statico.
La sentivo già quella garrota alle cinque del mattino che ti fa svegliare senza che tu abbia perso il sonno, perché sudi, e sudi ancora finché non hai bisogno di alzarti e fare l’amore con l’acqua.
Se c’era un altro segno di questa sindrome da abbandono estivo, questo era il sudore. E non a caso anche adesso che fissavo l’esterno dalle finestre, sentivo la pelle umidificarsi quasi una goccia alla volta. Così seguiva quel cocktail di angosce e paranoie che a chi si sia trovato abbandonato in città d’estate suona come musica d’infanzia. Essere solo in quegli attimi apre la tua mente a prospettive di una vita intera di solitudine, senza appello. Se qualcuno di recente ti avesse fatto una critica spiacevole, l’avvertiresti sul corpo, fisica, come una pugnalata al ventre. Aver poi ricevuto una delusione in qualsiasi campo avrebbe significato catapultarti in un tribunale incorporeo in vesti di imputato. Con la sentenza già scritta.
E poi mi tornavano alla mente conoscenze pericolose.

“…sorprendente è l’aumento dei suicidi durante i periodi estivi. Una delle ipotesi più accreditate è che il forte caldo abbassi sensibilmente i livelli di serotonina nel sangue, di conseguenza inducendo depressione a livello centrale..”

Ah davvero adesso capivo tante cose. Connettevo i vari punti, stavo afferrando la visione d’insieme. Non era estate, non era ancora arrivato quel calore infernale, ci sarebbero state ancora tante piogge.
Ma era questo un assaggio. Un assaggio dell’inferno. Non mi fraintendete, non odio l’estate, l’ho accennato prima, lo ripeto ora. E’ che l’estate è il periodo peggiore per farti andare tutto storto.
Quello in cui è meno probabile che reagirai, ed è semmai molto possibile che tu ci cada dentro senza poter più respirare.

“Afa.”

In un attimo ne avevo avuto troppo di fissare l’ammasso bianco sporco e mi avviavo verso il letto.
Ma non per trovarvi conforto. Una parte di me ha l’abitudine di cercarsi il peggio quando già si sta male. Grezze tattiche per provare a venire fuori dalle sabbie mobili. Il mio letto era il capolinea di tutte le mie auto-giustificazioni. In pratica dovevo piazzarmi su quella graticola corredata di cuscino per cuocermi ancor di più. A volte è semplicemente terapeutico.
Non pareva più di stare nel tempo e nel clima appropriato. Ci sono rari momenti in cui durante una stagione si provano gli stimoli di un’altra, in genere sono scatenati da odori o comunque percezioni sensoriali forti. Questa volta pochi gradi di calore e quella tragica scena fuori dal balcone avevano fatto tutto. Nel frattempo - a sorpresa - riuscivo ad addormentarmi. Un passo alla volta, un filo d’aria filtrava da non ricordo dove.
Qui quell’orrore non aveva ancora trovato terreno. Respiravo come da bambino, in pace. Sognavo.
Mi immaginavo nella parte migliore della stagione calda, quella in cui ti immergi senza pensarci in un’acqua tiepida, sotto un sole non troppo rovente. Magari di pomeriggio sì, al tramonto.
Era tramonto infatti quello che sognavo. Rosso ed arancio facevano luce.
Sulle sabbie c’erano rimaste molte, molte più orme che persone in carne ed ossa, e riconoscevo in quello il mio momento migliore. Sin da bambino litigavo praticamente con tutti per questa mia fissa di andare al mare di pomeriggio. Non ero solo stavolta, fortunatamente.
Sognavo infatti la mia spontaneità con pochi altri accanto a me che avevo portato lì, non sapevo quando fosse successo ma ricordavo di esserne stato l’artefice. Erano comparsi senza preavviso, con quella naturalezza sconvolgente tipica dei sogni, in cui l’assurdo diventa plausibile.
Non sognavo di urla, ma di parole sommesse. Un riunione marina. L’aria era limpida, perché il violetto della sera stava ripulendo tutto.

”Il periodo peggiore per farti andare tutto storto”.

Vero.
Ma quello dannatamente migliore se provi ad immaginarci dentro un evento che desideri.
Se l’afa fosse scomparsa insieme agli spettri dell’abbandono, allora avrei avuto tutto più vicino.
Avvertivo però una brezza nel sogno. La pelle si irrigidiva eppure…eppure non temevo che tutto finisse in un attimo, perché quello non era un vento risvegliante. Non era una frusta, semmai quel soffio d’aria per farti respirare, prima di prendere una decisione.

“Vento.”

Pelle d’oca. Striature di brividi.
Adesso nel sogno cominciavo ad associare le parole e sentivo che c’erano dei concetti che stridevano facendo un enorme casino, come se finora la situazione sognata fosse stata verosimile, ma l’accostamento di determinati pensieri non lo fosse per niente.
Impiegai parecchio tempo per individuare dove facesse male, dove c’era il contrasto. Alla fine capii. Stava tutto in quei due termini.

“Afa. Vento.”

La pelle riprendeva a rilassarsi.
Perché quella brezza mi faceva stare così bene? Mi sentivo consolare in modo innaturale. Il piacere del sogno si andava scaricando su me che dormivo. Da qualche parte sotto la corteccia cominciavo a sentirmi rincuorato perché ero ancora lucido.
Io non avevo pensato a nessuna soluzione per il malessere in arrivo e nonostante ciò cominciavo a sentirmi sollevato. E questo non era tipico di me.
I miei occhi affamati cercano sempre dettagli, come ho detto, e per questo il sogno andava esplorato. Ma mi servivano ben poco lì. Stavo osservando con quegli occhi intimi che non si chiudono mai, quelle spaventose sentinelle che tengono accesi i tuoi pensieri pure a notte fonda. Se i miei occhi esterni erano affamati, quelli interni erano bestie voraci senza uno stomaco che si potesse riempire. Soffrivo nel non trovare soluzioni. Nel frattempo però nel sogno si respirava liberamente, un'esperienza così lucida da avermi fatto alienare dall'afa che mi aveva indotto al sonno come estremo rifugio.
E poi ad un tratto capitò ciò che in realtà aspettavo già da un pò, ovvero una variazione, un evento, qualcosa di inatteso che mi desse una risposta o che quantomeno mi facesse capire che quel sogno fosse una ovvia, estrema reazione della mia mente a quel calore opprimente, a quel mostro lattiginoso che mi aspettava fuori dalla finestra della camera da letto.
C'era frescura e c'era compagnia mentre le mie gambe erano immerse nell'acqua marina ma la sensazione piacevole andava svanendo persino nel sogno. Le persone che erano lì con me facevano qualcosa di diverso. Io restavo fermo, ecco cosa. Mentre loro si muovevano, ora immergendosi in acqua e ora riaffiorando a galla, tornando in spiaggia o semplicemente percorrendo sentieri casuali a nuoto. E non impiegai molto ad accorgermi che l'acqua intorno al mio corpo fermo andava scaldandosi, e con essa la pelle, il mio torace. Il respiro diventava affannoso anche lì e gli occhi si chiudevano dal fastidio, abbagliati da un sole bianco.

"Devi muoverti"

Forse assunsi fisicamente, dormendo, la stessa espressione basita e interrogativa che presi nel mio sogno, perchè il sonno era leggero.

"Devi muoverti. O brucerai."

Provai così a muovermi di scatto nell'acqua e quella semplice movenza risolse quell'angosciosa stasi. Non appena mi lanciai verso l'acqua come per nuotare verso il mare più profondo, tentando di raggiungere tutti gli altri...

"Vento."

..una brezza potente, partendo leggera, mi investì e mi regalò ossigeno prima di tuffarmi. Sentivo la superficie della pelle fremere attraverso la mia parte lucida. Stava cambiando qualcosa.

"Devi muoverti. O brucerai. Solo."

Tutti i miei onirici compagni si allontavano dalla costa per dirigersi più al largo, dove il fondo non si vedeva più, mutando dal verde chiaro al blu denso.
Così decisi di farmi forza e spingermi oltre. Fu quasi doloroso muovere così tanto le braccia e le gambe oltre, con un corpo anestetizzato sospinto nell'acqua. I miei compagni si separavano l'uno dall'altro prendendo il largo. Era difficile ma ci stavo riuscendo.
E l'aria stavolta giunse fortissima portando indietro i miei capelli bagnati, con forza.
Una forza che mi svegliò definitivamente.
Il sonno era stato più agitato di quanto avessi notato, ero accaldato e il mio stomaco bruciava come se fosse stato compresso. Ma non sentivo più soffocarmi. Provavo il contrasto dentro di me ogni volta che inalavo aria fresca. Fresca. Ecco dove era il contrasto.
Dovevo aver somatizzato le immagini del sogno, o probabilmente avevo creduto l'aria prima di dormire molto più calda di quanto fosse in realtà.
E poi c'era un balcone spesso a separarmi dalla cappa esterna.
Infatti lo guardai per conferma e per darmi sicurezza, ma con estrema sorpresa lo trovai socchiuso. Nel momento stesso in cui fissai quella fessura aperta, l'aria invase la mia stanza con un tocco rinfrescante assolutamente innaturale. Avevo dormito con quell'apertura, quel mostro ossessivo sarebbe potuto penetrare nel mio spazio in ogni momento, ma di esso non c'era traccia. Solo fresca aria.
Un vento simile non avrebbe mai potuto andare d'accordo con l'afa che c'era poco prima. Corsi immediatamente ad aprire il balcone per capire cosa fosse successo fuori e provai il contrasto ancora una volta.

"Afa. Vento."

Piccole propaggini di aria pesante venivano spazzate via dai venti che soffiavano forti. Rapidamente, rivedevo tutto ciò che mi mancava. Anche quelle orrende costruzioni grigie, gialle e rosse con evidenti segni del tempo mi aprivano il cuore. Dettagli, contorni, difetti, differenze. Ed aria fresca, pulita, che spazzava via quel lerciume di vissuto. Aria che veniva a ripulire gli sbuffi e i rigurgiti tossici della città.
Avevo somatizzato nel sogno ciò che il mio corpo aveva avvertito dall'esterno, ovvero un cambiamento. Ma era stato anche ciò che avevo deciso in quegli attimi rarefatti che aveva cambiato il mio umore. Non c'era più traccia dell'orrore, non c'era più paura della solitudine, non c'era più afa e non seppi dire perchè finchè il contrasto dentro di me non si risolse.

"O afa o vento. Devi muoverti, o brucerai solo."

Adesso capivo tutto. Il quadro si rischiarava anche per i miei occhi intimi mai sazi, che sempre avevano voluto vedere una nube anche dove non ve ne era alcuna. L'afa sarebbe sparita, la solitudine polverizzata con le mie mani. Ma dovevo muovermi. Come vento. L'aria non mi avrebbe mai sollevato per respirare ad ogni singolo passo verso il nuovo se fossi rimasto immobile.

La brezza mi accarezzò più forte mentre ammiravo il panorama con due paia di occhi. Era ora di muoversi. Come un colpo di vento, era ora di andare.